Dal Nord le nuove domande al Partito Democratico
«Quando il vecchio non può più e il nuovo non può ancora, giunge il momento dell’avventura reazionaria». E’ una bellissima frase di Gramsci. Ed è davvero stato così. Dalla caduta del Muro, la politica è stata, troppo spesso, impegnata a ritrovare se stessa lungo una transizione infinita piuttosto che orientata a definire un’aggiornata piattaforma politica. In verità la politica ha supinamente e affannosamente rincorso le trasformazioni di quest’epoca: in qualche modo si è fatta disturbare dai cambiamenti sociali, dal mutamento climatico, dai conflitti territoriali molto meno di quanto fosse prevedibile, certamente meno di quanto fosse auspicabile. Se guardiamo alla nostra società scorgiamo che prendono corpo stili di vita basati sull’istantaneità, con persone sole, distanti e disorientate. A volte semplicemente indifferenti. Una società veloce, volatile e instabile, nella quale gli unici fattori certi tendono ad essere la paura e l’incertezza del domani. Un tempo nel quale il quotidiano affannarsi verso l’agiatezza viene sopraffatto da un progressivo impoverimento materiale e sociale. Il tentativo di una società borghese senza la borghesia. A questa società così marcatamente complessa, dinamica, tecnologicamente avanzata e globalizzata ma anche, e non tanto paradossalmente, impoverita e chiusa non si possono dare solo risposte compassionevoli o solidali.
Ci dovrebbe sostenere invece in qualche modo la convinzione che responsabilità, merito, diritti, doveri, opportunità sono i caratteri fondanti del cittadino moderno; l’idea cioè di un cittadino che accomuna l’esercizio della libertà all’etica della responsabilità e che pretende risposte che disturbino la politica per determinare nuovi equilibri nell’organizzazione sociale, culturale, economica, ambientale. Una libertà che proprio in larghe sacche del nord viene invece sempre più vissuta come deformazione particolaristica, sempre più intesa come scorciatoia personale. Ecco proprio su questo punto è necessario essere chiari: come tanti non ho mai pensato che la sinistra faccia la destra quando assume pienamente il punto di vista della libertà di ciascuno. Anzi, ai richiami populistici della destra possiamo contrapporre un’idea della modernità in grado di fare perno sulle individualità umane, sulle risorse sociali e territoriali accanto ad una più vasta coesione ed a nuovi fattori di inclusione. La necessità cioè di sentirsi di nuovo comunità che ci allontani da quella sindrome da «cittadella assediata» fondata sull’inquietudine e sullo spirito di autoconservazione, nella quale ciascuno si sente afflitto e tormentato anche da ogni cambiamento utile o auspicabile, imprigionando così, piuttosto che promuovere, molteplici opportunità e negando un sistema di vita basato sull’autonomia della persona. Eppoi il mondo, la deriva ambientale che rischia di trasformarsi repentinamente in una catastrofe irrecuperabile. Sommessamente mi sembra ve ne sia abbastanza per inquietare coscienze e pensieri. Perché qui davvero stiamo parlando di noi e del destino che intendiamo in qualche modo assegnarci.
L’egemonia della politica dice un grande intellettuale come Alfredo Reichlin. Perché da troppo tempo non abbiamo risolto la grande questione della fuga, o forse sarebbe meglio dire dell’insofferenza di tanti cittadini verso i partiti organizzati. E questi cittadini che si auto-organizzano invece in tante associazioni, in luoghi diversi con tempi diversi sentono sempre più flebile il richiamo della politica. C’è tanta politica fuori da noi, soprattutto per le nuove generazioni, da poter dire che i partiti sono definitivamente parte e non più il tutto. Una politica che continua in qualche modo ad essere debole, estranea ai processi politici reali, distante dalla vita della gente. Troppo spesso subalterna. Eppure del profilo alto e generoso delle forze politiche vi è un tremendo bisogno. Della capacità di esercitare una funzione nazionale proponendosi con una prospettiva in grado di offrire risposte sicure, affidabili, di lungo periodo. Non nascondiamoci. Per fare tutto questo occorre un partito nuovo (...). Un soggetto politico che può nascere dalle esperienze politiche e di governo di questi anni, già diffuso sul territorio e non aperto per dovere di causa ma inevitabilmente intrecciato con quanto di vero si muove nella società. Soprattutto, non ripiegato sui tragici destini delle famiglie politiche italiane. Allo stesso tempo credo che del Partito Democratico vero soggetto politico vi sia bisogno soprattutto qui al nord. Proviamo a osservarli quei furgoni carichi di operai, artigiani, manovali fiaccati dalle interminabili code delle tangenziali; le prospettive di vita, le ambizioni e i desideri delle giovani generazioni soffocate da un lavoro precario; gli anziani soli lungo le corsie degli ospedali, accuditi e sostenuti solamente da giovani badanti straniere.
Accanto a questi fenomeni sociali si manifestano rendite di potere, ricche concentrazioni di interessi, caste autoreferenziali(...) Credo non sia sbagliato interrogarsi sul fatto che per fare tutto questo possa non essere sufficiente, in particolare in questi nostri tanti nord, questa sinistra e la sua offerta politica, la cui affidabilità e credibilità rischia di essere per tante fasce di popolazione compromessa proprio sulle questioni dirimenti per questa parte del Paese: infrastrutturazione, libertà economica e sociale, innovazione del sistema di welfare, sicurezza. Costruire un percorso di affidabilità politica significa riuscire a rispondere a queste domande (...). E’ necessario compiere alcuni passi: - rivendicare il principio di autonomia costruito attorno a un vero disegno federale dello Stato; - in vista della elezione dell’assemblea costituente la definizione di regole che sappiano favorire la partecipazione dei cittadini, che consentono la pluralità di espressione e che vedano i territori protagonisti di questo processo politico; - l’individuazione di un segretario del Pd che sappia assumere in pieno le funzioni e le prerogative in capo a questo ruolo; - la definizione di un processo che si caratterizzi in particolare per la presenza dei giovani e delle donne. E’così paradossale convincersi del fatto che un tempo nuovo merita, obbliga a uno sguardo nuovo?
Mantova, 9 giugno 2007