> MANTOVA VERSO IL PARTITO DEMOCRATICO <

 

Il popolo delle Primarie non puņ essere un taxi

Donald Sassoon, lo storico inglese che ha scritto pagine importanti sulle alterne vicende dei partiti politici della sinistra occidentale di tradizione socialista , riformista e comunista, in una delle sue opere più significative (Cento anni di socialismo, Editori Riuniti, 1997), osserva: «In Europa occidentale, la principale conquista del socialismo negli ultimi cento anni è stata l’incivilimento del capitalismo. Un ruolo importante in tale missione hanno avuto anche altre tradizioni politiche. Sul continente europeo, si può menzionare la tradizione cristiano-sociale, in Gran Bretagna le attività liberali di inizio secolo…ciò è stato vero non solo per i socialisti, ma in misura eguale, se non maggiore, per i grandi partiti comunisti, come quello italiano e il suo omologo francese…I socialisti non solo svolsero un ruolo fondamentale nella istituzione di un sistema di protezione sociale, ma furono i veri eredi dell’illuminismo europeo, i campioni dei diritti civili e della democrazia».
Ovviamente, questa storia straordinaria presenta anche delle ombre, è stata anche storia di errori e limiti nel pensiero e nell’azione. Tuttavia è stata una grande storia, che ha visto protagonisti milioni di donne e di uomini, che si è inverata in lotte straordinarie e in attività di governo di segno democratico e riformatore. Storia di passioni, di sacrifici, di memorie individuali e collettive che devono essere messe al servizio delle generazioni che verranno per migliorarne la esistenza sul pianeta. Soprattutto memorie che meritano rispetto.
Dico questo per due ragioni: in primo luogo, perché non considero «un dettaglio di natura tecnica» la collocazione internazionale del futuro Partito democratico e la sua  adesione alla Internazionale socialista. Sì, perché i socialisti, in Europa come nel mondo, esistono ancora. E porre la questione non significa volgere lo sguardo al passato, ma discutere del presente e di partiti e movimenti che , in molti paesi del mondo ( non solo d’Europa), governano o hanno governato recentemente.
In secondo luogo, perché ho ancora sotto gli occhi una lettera, pubblicata nei giorni scorsi su «l’Unità», nella quale un sostenitore «a prescindere» del Partito democratico che si definisce un under-40 ha scritto: «Sappiano, i vecchi o gli ex o i post, che ci appaiono ridicoli e patetici quando accampano scuse assurde( tipo, ci iscriviamo o no al Partito socialista europeo?) per ritardare la nascita del Partito democratico…si può amare o temere il passato, capisco la nostalgia : ma per gli under 40 il passato, che lo conoscano o lo ignorino, è passato…è storia. Capite? storia! Sintonizzatevi, gente: life is now, understand ?»
A me pare bizzarro (ma forse meglio dire grave) voler ignorare o considerare ininfluenti il percorso da cui si proviene, le identità culturali e le connotazioni sociali dei dirigenti, dei militanti e degli iscritti dei partiti che si intendono sciogliere: nel caso in questione i Democratici di sinistra; ma il medesimo problema si pone per la Margherita, o almeno per la sua componente cattolico-democratica.
Il mio auspicio è dunque che la discussione attorno al futuro della sinistra e alla scelta di dare vita al Partito democratico sia animata da una forte tensione ideale e non liquidi il problema della storia quasi fosse, appunto, un dettaglio di natura organizzativa. Ma, sempre a proposito del Partito democratico, altre brevi considerazioni.
Trovo sconcertante il fatto che si pretenda di dare vita ad un nuovo partito evitando accuratamente di sviluppare una riflessione critica sugli attuali partiti, sul modo in cui funzionano e su come viene selezionata la classe dirigente. É vero, sono undici anni che si discute, tuttavia il dibattito ha interessato vertici ristretti e si è svolto in modo litigioso e inconcludente. E in ragione di questo modo confuso e verticistico di procedere non si sono fatti passi in avanti nella direzione del Partito democratico e nella individuazione dei limiti degli attuali partiti. Una linea di condotta che sembra ispirata dalla logica del Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla.
Mi chiedo infine: che cosa può nascere da una iniziativa che non è capace di suscitare nel paese passione politica, slancio ideale, protagonismo, proprio perché si riduce ad un dibattito  asfittico, non sempre alla luce del sole, tra ristretti gruppi dirigenti ? E il popolo delle primarie può essere usato come un taxi sul quale si sale quando si ha bisogno e dal quale si scende quando non serve più ?
Promosso da Ds e Dl si è svolto nei giorni scorsi ad Orvieto un seminario sul Partito democratico.Non sono mancate, sia pure abbozzate, proposte significative sia per quanto concerne il percorso organizzativo da seguire, sia per quanto attiene la tavola dei valori a cui attingere per dare linfa al Partito democratico.
Considero preoccupante il fatto che non abbia trovato spazio una riflessione compiuta sul rapporto virtuoso fra etica e politica e sul fatto che la politica, intesa come attività volta alla ricerca del bene comune, deve essere animata da un forte riferimento etico.Una politica dove il noi viene prima dell’io.

Roberto Borroni

P.S.
I giornali danno oggi notizia di una ennesima discussione scoppiata dopo Orvieto che ha al centro il seguente quesito: dove sono finiti gli elenchi dei 4 milioni e più di cittadini che hanno partecipato alle primarie ? appunto, dove sono finiti ?

Mantova, 13 ottobre 2006