> MANTOVA VERSO IL PARTITO DEMOCRATICO <

 

Pd, iniziamo a dirci com'è 

Salvo imprevisti il Partito democratico si farà. Ma c’è da sperare che sui contenuti si apra al più presto un dibattito pubblico. Da troppo tempo si attende una traccia di lavoro: perché tanti timori? I gruppi di studio istituiti dopo l’incontro di Orvieto si sono riuniti? Hanno prodotto qualche materiale su cui iniziare a coinvolgere non solo gli addetti alla politica ma anche i cittadini iscritti e non? Che senso ha discettare sulla futura leadership prima ancora di avere il partito? Eppure una urgenza c’è, il tempo corre più veloce di quanto si creda: le amministrative prossime sono alle porte. Che scelte verranno fatte nel frattempo? Liste uniche, primarie per la scelta dei sindaci? E quale profilo riformista si daranno i programmi? La proposta di Linda Lanzillotta sarà inserita nelle piattaforme locali? Andremo al superamento dei mille monopoli dei servizi gestiti dalla amministrazioni locali? E sulle politiche di welfare locale si aprirà una nuova stagione della sussidiarietà sotto il segno della 328, archiviata dal governo Berlusconi, e mi pare anche dall’attuale maggioranza? Sui contenuti (la carta dei principi?) un passo avanti andrebbe fatto prima di celebrare i congressi. A meno che non si dica che i contenuti sono irrilevanti e che a farla da padroni saranno i maestri della tattica cinica e di scarso respiro. A me pare che gli elementi siano già sul tavolo.
Mi permetto di riproporne alcuni prendendo a prestito alcuni passaggi di un contributo di Guido Formigoni apparso sulla rivista Appunti. Tre le aree tematiche: la regolamentazione del mercato, il “riscatto” della politica, la costruzione di identità comunitarie; e aggiungo la quarta: la dignità di ogni persona e il suo diritto alla vita.
Il libero mercato e la libera intrapresa sono assi indiscutibili, ma sono strumenti e niente di più. È bene ricordarlo: gli strumenti vanno governati se non si vuole che l’attività economica produca ingiustizie insopportabili.
Come pure vanno definiti gli ambiti da affidare al mercato e quelli da escludere dalle logiche mercantili.
Si impone una riflessione seria sui beni comuni e sulla loro gestione: questione non da poco e che non può essere demandata al protagonismo della sinistra radicale.
Liberismo e statalismo hanno già la risposta: il riformismo del prossimo futuro che ha da dire? È sul rapporto tra beni individuali e beni comuni che la politica ritrova la sua vocazione a costruire obiettivi condivisi, al crocevia tra equità e giustizia sociale, tra pari opportunità per tutti e sostegno ai meritevoli. Su questi crocevia e altri si costruisce e va tessuta una passione e una nuova idea di futuro. Se non lo si farà la politica si ridurrà ad una gestione asfittica e solo amministrativistica della cosa pubblica: per di più stanno ricomparendo nuovi centralismi burocratici a tutti i livelli, soprattutto in quelli regionali e comunali. E per cortesia si cerchi di declinare al moderno la parola democratico, non la si dia troppo per scontata, oggi tutti si defi- niscono democratici! Imperversa l’elitarismo delle oligarchie politiche come pure il populismo che vuole il popolo ridotto a “gente da manovrare”: il nuovo partito quali antidoti intende introdurre? Come verranno scelti i leader? Con primarie regolate e credibili? Costruire identità comunitarie: è farsi carico della costruzione di percorsi di riconoscimento dei cittadini attorno ai valori costituzionali e alle istituzioni/case comuni. Identità comunitarie che evitino l’imbarbarimento nelle relazioni sociali e la loro frammentazione, e che rifuggano dal binomio sicurezza/identità da molti cavalcato, anche nel centrosinistra. Identità comunitarie sta per premura per i legami solidi: per dirla alla Bauman, di fluidità c’è ne già troppa, già ci pensa il mercato. E la famiglia, quella di oggi, è una risorsa indispensabile: folle e irresponsabile tentare forme di delegittimazione o di indebolimento.
Una famiglia che si sfascia quanto costa al bilancio pubblico? Qualche conto andrebbe fatto! E poi la questione etica: lascia trasecolati il cinismo con cui gli stessi che hanno giustamente difeso il diritto alla vita di Saddam abbiano al contempo difeso solo alcuni giorni prima il diritto alla dolce morte. Se l’inviolabilità della vita umana è l’asse su cui si fonda la Carta costituzionale e la stessa Dichiarazione universale dei diritti umani va da sé che andrà assunta come cifra per disegnare le politiche future, contro le logiche mercantili cui è sottoposta tanta ricerca scientifica e contro il mito dell’uomo tecnologico e di una società senza dolore.
Si potrà scrivere nella Carta dei principi, come nell’articolo 2 della Costituzione, che la vita dell’uomo, il suo corpo, sono inviolabili? Certo, poi avremo da affrontare con alto senso di laicità tutti i problemi che l’attualità ci pone: dall’uso delle nanotecnologie sul corpo umano ai temi legati alla sofferenza e alla malattie, dalle politiche di prevenzione per ridurre l’aborto al contrasto contro il mercato illegale usa il corpo umano, quello dei bambini e delle donne in particolare, in modo vergognoso.
E infine, non se ne parla tanto, ma quale struttura organizzativa si darà il nuovo partito? Le vecchie sezioni? O forse c’è bisogno di un nuovo progetto di ingegneria sociale? Non occorre mettere in campo una strumentazione più ricca che non sia solo la “sezione”? I circoli della Margherita, che poco hanno funzionato, non vanno ripresi con un progetto culturale aperto cui partecipano anche i cittadini non iscritti? La politica è cultura, senza di essa un partito non ha vita lunga e si trasforma alla lunga nel partito delle oligarchie e dei professionisti.
Sezioni, circoli, e aggiungerei una struttura plurale di fondazioni che mantengano aperta l’elaborazione culturale e la memoria delle tradizioni fondative il nuovo partito. C’è già la fondazione di Italianieuropei: non è giunto il tempo che l’associazione dei popolari, come suggeriva Scoppola a Chianciano, e come alcuni di noi hanno proposto nell’estate scorsa, si trasformi in una fondazione che sappia declinare al futuro la cultura del cattolicesimo democratico?

Edoardo Patriarca

12 gennaio 2007