La fusione fredda
Un interessante sondaggio spiegava ieri lo stato delle cose nell'animo del popolo di centro sinistra che assiste alla travagliata nascita del Partito democratico: la maggioranza netta preferirebbe continuasse a esistere l'Ulivo. In quello ha creduto, quello sa cos'è, votando quello ha sconfitto due volte Berlusconi, quello avverte ancora come entità politica viva e vegeta. Del nuovo invece non v'è certezza: non si capisce quale sia la leadership effettiva, non si comprende il plusvalore innovativo. E più passano i giorni, peggio è. E' questo il bel risultato a cui sono giunti gli stati maggiori di Ds e Margherita e anche i fans più accalorati di Prodi, discutendo vanamente per due anni di una "cosa" che invece proprio grazie all'esperienza dell'Ulivo aveva già ottenuto il risultato più difficile: far breccia nel cuore dei cittadini. Come previsto ampiamente (non ci voleva un genio) ognuno è andato avanti a delimitare il territorio, a fissare la dote della sposa e la quota di eredità a cui non si può rinunciare invece di indicare i valori e le battaglie di civiltà e progresso per cui si era pronti a gettare il cuore oltre l'ostacolo.
Un pericoloso dirupo ha separato la struttura dei partiti, sentitasi minacciata, dai pasdaran di un certo associazionismo che destrutturazione dei partiti esistenti mira. In mezzo (assordato da sterili dibattiti) chi è rimasto?
L'elettore del centrosinistra, che non è solo il popolo delle primarie; il ceto medio per così dire di una società che nella politica crede ancora ma che le chiede una ragion e in più per spendersi in prima persona dopo essersi turata il naso troppo a lungo. Quell'elettore che ha risposto al sondaggio e che, stranito, comincia a non fidarsi del nuovo così lento ad avanzare. Ci vuole proprio tanto a coinvolgerlo, ad ascoltarlo, a renderlo partecipe di un processo autentico e non di una fusione fredda?
Enrico Grazioli
(Dalla Gazzetta di Mantova, 15 ottobre 2006)