Qui si fa la punta ai pali, altro che svolta innovativa
Nel contribuire ad alimentare il dibattito sul Partito Democratico, vorrei premettere alcuni assunti importanti e per quanto mi riguarda decisamente critici. Nei mesi precongressuali della Margherita non si è riusciti ad organizzare un dibattito aperto degno di questo nome. Le note del Presidente della Provincia sulle centrali questioni ambientali, anche riferite alla questione delle società pubbliche non trovano sponda programmatica ed impegni nei partiti. La questione del Partito Democratico viene contestualizzata in associazioni composte per la stragrande maggioranza da iscritti e dirigenti dei partiti (che evidentemente non trovano spazio di dibattito all’interno o con i loro partiti, se devono farlo fuori) e non in iniziative dei partiti di partecipazione popolare come poteva e può essere fatto con il “popolo delle Primarie” da cui abbiamo persino avuto l’autorizzazione nell’Ottobre del 2005. Si fa finta che quella stessa questione del Partito Democratico non sia anche una questione di come funzionano (o non funzionino) i partiti oggi, e di mettere le regole che servano a farli funzionare meglio e con processi più trasparenti. Tutto questo sa un po’ di ignavia. Trovo anche poco interessante fare la punta ai pali sui termini sociologici e delle declinazioni delle culture politiche passate, anziché domandarsi prioritariamente come risolvere i molti problemi che abbiamo davanti, in un’ottica moderna, che non può più essere condizionata da steccati ideologici, assolutamente inesistenti, tranne rare eccezioni, nelle generazioni più giovani. Lo dico sapendo che anche quello culturale è un campo aperto (un jamboree), ma lo dico anche perché sarebbe molto più facile per i comuni mortali trovare accordi e comunicare sul senso delle scelte urgenti che denotino i comuni denominatori, anziché farlo diventare un teatrino, ad uso e consumo di alcuni attori più navigati.
Non ho ancora sentito una parola organica sul perché ed il per come del futuro delle società pubbliche, tra cui la Tea.
Sul progetto-sistema per l’intermodalità di Valdaro. Sul futuro della mobilità della Grande Mantova (Apam in primis) e del suo progetto di città in termini di servizi comuni, economie di scala, unico piano delle opere pubbliche.
Sono sicuro che i nostri rappresentanti istituzionali sapranno trovare delle soluzioni (anche perché continuiamo a delegarli su tutto, accumulando ritardi su ritardi), ma sarebbe decisamente d’aiuto se le forze politiche sapessero esprimere delle proposte, delle idee, dice il Presidente degli Industriali Carlo Zanetti in una recente intervista.
E quando parlo di forze politiche, parlo sicuramente di DS e Margherita, ma parlo anche delle molte altre che compongono la coalizione vincente alle elezioni del centrosinistra. Perché anche di questo dovremmo parlare: della rappresentanza politica. Qualche anno fa si animò una polemica perché il Presidente Fontanili disse che il principale attore politico del centrosinistra era l’Ulivo. Con tutto il rispetto che devo a partiti che prendono i voti, e che per questo sono legittimati ad essere rappresentati, io la domanda, mi si perdoni, me la faccio lo stesso. Ma nelle loro forme partito, a livello locale, sono davvero rappresentativi? Faccio fatica a rispondere sì con i partiti che hanno i maggiori iscritti, figuriamoci di partiti che nel Comune di Mantova sommando l‘8% hanno il 40% delle rappresentanze istituzionali: quindi, questa forma di rappresentanza, ha ancora un senso? Ha ancora senso avere 10/15 assessori o consiglieri nelle Giunte o nei CDA delle società? Si dice del partito democratico e sono d‘accordo: ci vuole un grande partito pluralista, con iscritti, strutture, di massa tra la gente. Ok, va benissimo. Ma facendo in un unico partito le stesse cose che i partiti fanno adesso? O avendo chiaro cosa si intende per partecipazione dei cittadini e degli iscritti, e quindi sapere quale ruolo hanno le tessere, il personale politico professionista, l’elaborazione della rappresentanza istituzionale ed amministrativa, la valutazione interna del nostro personale politico. Ha fatto molta polemica in Francia la volontà di Segolene Royal, candidata a concorrere alla Presidenza della Repubblica di Francia, nel voler istituire una specie di tribunale del popolo per valutare i propri politici. Be’ forse è un po’ forte, ma il senso è quello. Ci sono stati e ci sono ancora, decine di amministratori, istituzionali e non, che non sono stati all’altezza del ruolo a cui sono stati chiamati. Incompetenze, non solo tecniche, ma soprattutto politiche, inconcepibili assenze, inadeguatezze varie ed assortite. Troppo spesso figlie di questioni di correnti interne ai partiti, anziché di una sana selezione della classe dirigente. Ma scusate la demagogia: è davvero giusto che tutti percepiscano piccoli o grandi somme per non fare o fare male il proprio compito (compresa la semplice comparsata) senza che proprio i partiti (secondo me non il popolo) possano o debbano trovare sostituti o miglioramenti? Anche solo aiutarli sarebbe una buona soluzione. Purtroppo secondo me non succede. Si preferisce adeguarsi, accettare supinamente che i cittadini elettori si stufino della politica, che ne assimilino addirittura una avversione, senza che nemmeno la Margherita, nella sua fase precongressuale sappia darsi una risposta. Forse il motivo è che semplicemente non si fa la domanda.
Nicola Siliprandi
Mantova, 8 novembre 2006