Partito Democratico: recuperiamo l'idea originaria dell'Ulivo del '96
"Una classica espressione latina – ha scritto, recentemente, Gianfranco Pasquino su la Repubblica - afferma che "i nomi sono la conseguenza delle cose". Se un partito che si chiama "Democratici di Sinistra" decide di fondersi con un altro partito che si chiama "Margherita" e l'esito viene dai due fondatori chiamato "Partito Democratico" non è forse giusto dedurne che la connotazione "sinistra" sia inesorabilmente scomparsa? Per chi, come molti, me incluso, ritiene che "sinistra" non sia soltanto una connotazione di geografia politica, ma abbia un contenuto tanto chiaro quanto significativo, la fusione fra quei due partiti implica che qualcosa di importante è andato perduto.”
Condivido l’opinione di Pasquino, che non è un pericoloso estremista, e aggiungo che, nella nostra provincia e, in generale, in Italia, sinistra significa laico e riformista. E la laicità e il riformismo sono stati, dal 1945 ad oggi, i due contenuti privilegiati dalla sinistra, comunisti e socialisti, ma anche repubblicani, nella loro azione di governo, con tutti gli esiti positivi che nessun revisionismo storico riuscirà a mettere in discussione.
Per quanto mi riguarda, ho considerato sin dall’inizio la proposta, lanciata nel 1995 da Romano Prodi, di dare vita ad un nuovo soggetto (l’Ulivo), un’idea forza dello stesso spessore politico, ideale e culturale della svolta di Salerno di Palmiro Togliatti nel 1944, dell’incontro tra cattolici e socialisti promosso da Aldo Moro all’inizio degli anni ’60 e del compromesso storico di Enrico Berlinguer.
Idee-forza dal respiro strategico, capaci di mettere in movimento un quadro politico ingessato, di sollecitare grandi passioni civili prima ancora che politiche, con forti basi culturali e ideali.
E allora, per quale motivo, oggi, non mi entusiasma il Partito democratico? E perché sostenere una mozione (Angius- Zani) che si contrappone alla mozione Fassino-D’Alema? La risposta è molto semplice: perché non si parla più di Ulivo e perché la proposta del Partito democratico è nata male e rischia di proseguire peggio, su basi ristrette, incapace di muovere passioni, sollecitare partecipazione e creare le condizioni, in ragione di ciò, di un ricambio di classi dirigenti da tutti auspicato. Oggi il Partito Democratico si presenta come il prodotto della fusione di gruppi dirigenti; una iniziativa, contrassegnata da forzature, che ha determinato il progressivo restringimento de l’Ulivo a tal punto che di tante forze che eravamo, sono rimasti solo i Ds e la Margherita. Con buona pace del popolo delle primarie (mai sollecitato a partecipare in questi mesi) che assiste deluso e in silenzio.
La vita dei partiti si è fatta più asfittica: diminuisce l’iniziativa politica, cala il numero degli iscritti, si è indebolita la vita democratica.
A me pare questa la riflessione da cui partire per avviare un dibattito sul nuovo partito (che anche io auspico purchè non si riduca alla somma di Ds e Margherita), al fine di individuare con nettezza le idealità, il profilo riformatore, il modello organizzativo che dovrebbero caratterizzarlo. C’è una sostanziale differenza, ad esempio, tra il partito di massa e il partito degli eletti che sembra celarsi dietro alla confusa piattaforma del nuovo partito predisposta dai 12 saggi, peraltro bocciata senza appello da Massimo Cacciari.
E questa discussione deve avere un forte fondamento etico, inteso come complesso di comportamenti quotidiani coerenti (la lealtà, ad esempio, nei confronti di amici e avversari o il rifiuto del trasformismo finalizzato alla gestione del potere ) che si sforzino di coniugare gli ideali in cui si crede, i principi a cui ci si ispira, i contenuti programmatici, i diritti che si intende difendere.
Prima ancora però pongo una questione di metodo: è possibile discutere di un nuovo soggetto politico prescindendo da un dibattito critico sul partito (o sui partiti) che si vogliono sciogliere? Non lo credo. Senza questa discussione critica si cambieranno le insegne ma i metodi e le classi dirigenti si conserveranno.
Non considero «un dettaglio di natura tecnica» il nome, la collocazione internazionale del futuro partito e la sua adesione alla Internazionale socialista. I socialisti, in Europa come nel mondo, esistono ancora e rappresentano, ovunque, il grande campo dei progressisti come dimostra, tra l’altro, la recente adesione del Partito del Congresso Indiano all’Internazionale Socialista. Porre questa questione non significa volgere lo sguardo al passato, ma discutere del presente e di partiti e movimenti (circa 150) che , in molti paesi del mondo (non solo d’Europa), governano o hanno governato recentemente. Rimango esterrefatto quando sento dire che la sinistra dovrà essere, nel nuovo partito, una componente importante. Cosa significa questa affermazione? Forse che si intende promuovere un partito che non sarà di sinistra nel momento in cui prende vita?
Roberto Borroni
Mantova, 11 marzo 2007