> MANTOVA VERSO IL PARTITO DEMOCRATICO <

 

Il partito democratico: la rivoluzione responsabile

E' ora. Il voto del 9-10 aprile non ha fatto che confermare il messaggio che da anni gli elettori inviano alla classe dirigente del centrosinistra. E' l'ora dell'Ulivo, del Partito Democratico. E' l'ora di dare all'Italia un grande partito riformista, democratico, progressista. Un partito che non sia la semplice somma di due apparati, ma sappia coinvolgere le "energie nuove" dell'impegno civile e sociale: dai new-global, al volontariato laico e cattolico, al mondo della ricerca scientifica, all'impresa più dinamica, alle nuove forme del lavoro, a tutti coloro che in questi anni si sono battuti per la difesa della Costituzione, della legalità, del pluralismo. Un partito che attinga nuovo entusiasmo dalla volontà di partecipazione espressa nelle primarie come nelle manifestazioni per la pace degli ultimi anni. Capace di far sintesi del meglio delle sue radici, delle sue culture, ma che guardi sempre di più al futuro, non un partito del "pensiero immediato e breve", ma uno strumento per costruire una nuova cultura politica e partecipativa che oltrepassi senza cancellarlo un "novecento" che ci siamo lasciati alle spalle.

Un partito aperto, non elitario, ma che non confonda il rinnovamento con le derive radical-liberiste o peggio individualiste che poco hanno a che fare con la sua ragione sociale, democratica e popolare.

E' necessario per questo lanciare una grande azione culturale. Non basta unire i gruppi parlamentari, non bastano più le liste uniche. E non possiamo accettare nemmeno la logica della "mutua necessità" del governo e del partito democratico. Un partito è il frutto di una visione politica che deve guidare l'azione di governo, ma che va naturalmente oltre: deve guardare, essere cambiamento sociale.

Occorre un salto di qualità, sentirsi davvero parte di un progetto, ma anche di una struttura unitaria, in cui l'identità non sia l'eredità, ormai sbiadita, del passato, ma la consapevolezza di un orizzonte comune, in cui le culture e le storie si fondano non attraverso l'accostarsi identitario dei propri frammenti, ma attraverso un nuova unità nella relazione, con lo sguardo rivolto ad un mondo in cui la relazione e il dialogo fra le culture sono elementi fondamentali per una globalizzazione sostenibile.

La costituzione del Partito democratico deve essere l'occasione per riportare al centro la Politica. Non si tratta della solita discussione sul contenitore. E' un'occasione che non possiamo perdere per dare nuova forza alla democrazia italiana ed europea , rivitalizzare il dibattito culturale e offrire possibili risposte ai grandi temi che ci presenta il mondo di oggi (la pace, l'urgenza ecologica, la centralità del lavoro, la lotta alle diseguaglianze tra le società e nelle società, la laicità, i fenomeni migratori, il dialogo tra le fedi, le libertà civili e la democrazia, il bisogno di un novo diritto inernazionale, la nonviolenza).

Un partito che sappia farsi garante dello spirito municipalista che affonda nelle salde radici del pensiero sturziano e che faccia propria, in tempi quasi di regresso per la costruzione comunitaria, una spinta ideale federalista ed europeista; e annoveri fra i suoi riferimenti fondativi, a vent'anni esatti dalla morte, la figura di Altiero Spinelli, ispiratore dell'unità politica dell'Europa, e ponte lui stesso di differenti culture politiche.

Vogliamo essere "anticorpi" non del solo Silvio Berlusconi, ma del berlusconismo e, più ampiamente, di quella rinuncia morale alla dignità che ha spinto l'Italia così vicina all'abisso e i partiti ad avvicinarsi a rappresentare spesso "zone rosse" impenetrabili, luoghi di gestione di un eterno presente e non costruttori di un futuro auspicabile.

Avvertiamo, perciò, l'urgenza di un rinnovamento che parta dalla base, dalla struttura, dalla revisione dei processi e delle forme organizzative. Non possiamo permetterci che il Partito Democratico nasca già lottizzato, stanza per stanza, ufficio per ufficio: un soggetto così strutturato è destinato ad implodere alle prime difficoltà. Servono più comunità culturali e meno cordate personali. Il rinnovamento, poi, non può ridursi ad un superficiale scontro/ricambio generazionale. Non abbiamo bisogno di giovani al potere, ma di un potere giovane, cioè di una struttura che non giri su se stessa e sappia tornare a parlare e coinvolgere attivamente le persone. Le ricorrenti parole d'ordine di chi chiede spazio ai giovani devono essere affiancate dall'impegno per un cambiamento profondo. Diversamente, rischierebbero di apparire un mero esercizio di autopromozione personale, giovanilismo senza radici, inadeguato ai bisogni del nostro tempo. Abbiamo bisogno prima di tutto di idee nuove e di proposte valide per far ripartire il paese. Non basta marciare sulle ceneri dell'attuale classe dirigente al grido: "fatece largo."

Impegniamoci, dunque, per un partito che restituisca all'azione riformatrice la Speranza, come categoria fondamentale dell'agire politico, traduzione responsabile del sogno e della tensione utopica verso un mondo migliore. Un partito che si assuma la responsabilità di proporre una visione progettuale del cambiamento della società partendo dalla ricostruzione del tessuto civico del paese. Una rivoluzione dal basso, una rivoluzione partecipata, una rivoluzione responsabile. Altrimenti sarà l'ennesima delusione.

 

Francesco Lauria, Osea Giuntella, Dario Continenza

 

2 Maggio 2006