Verso il nuovo partito con una critica di quelli vecchi
“Le analisi del non voto dimostrano che l’astensionismo coinvolge solo raramente le élites. La scelta di tirarsi fuori riguarda soprattutto coloro che non dispongono di altri canali di accesso alla politica. E’ l’elettorato di massa che si assottiglia, confermando la previsione pessimistica che l’indebolimento dei vecchi partiti allontana i ceti più deboli dalla partecipazione alla cosa pubblica.”
La vita dei partiti si è fatta più asfittica: diminuisce l’iniziativa politica, cala il numero degli iscritti ai partiti, si è indebolita la vita democratica.
A me pare questa la riflessione da cui partire per avviare un dibattito sul nuovo partito dell’Ulivo, al fine di individuare con nettezza le idealità, il profilo riformatore, il modello organizzativo che dovrebbero caratterizzarlo.
E questa discussione deve avere un forte fondamento etico, inteso come complesso di comportamenti quotidiani coerenti che si sforzino di coniugare gli ideali in cui si crede, i principi a cui ci si ispira, i contenuti programmatici, i diritti che si intende difendere.
Prima ancora però pongo una questione di metodo: è possibile discutere di un nuovo soggetto politico prescindendo da un dibattito critico sul partito(o sui partiti) che si vogliono sciogliere ? Non lo credo.
Prendo le mosse dal partito dei Democratici di sinistra e mi pongo una domanda : negli ultimi anni i DS hanno indubbiamente conquistato spazi maggiori di governo ( e di potere ) ma, nel medesimo tempo, non sono riusciti ad aumentare in modo corrispondente il loro consenso elettorale.
Hanno contribuito a sbloccare il sistema politico ma, al contempo, hanno bloccato se stessi e la loro capacità espansiva in termini di iscritti. Militanti ed iscritti si pongono sempre più insistentemente interrogativi sulla natura e la ragion d’essere del partito.
Negli ultimi cinque anni si sono conseguiti significativi successi elettorali, ma tutto ciò non è riuscito a fare diminuire il malcontento e il disagio per il modo come il partito funziona.
Non ho la pretesa di avere a portata di mano la risposta a simili interrogativi, ma sento l’ esigenza di cercarla in un dibattito libero, aperto e non imprigionato nelle logiche di corrente o di gruppo.
Il modello di partito. Sulla base della esperienza (nazionale ed europea) sono tre i modelli di partito che abbiamo conosciuto : di massa, di élites o del notabilato e pigliatutto. Ora, è evidente che , nel momento in cui si dà vita ad un nuovo partito non si può pensare di servire, a coloro i quali si mostreranno interessati e disponibili a farne parte, il piatto già cucinato dai gruppi dirigenti dei partiti che si vogliono sciogliere. Ma è altrettanto certo che non si può aprire un dibattito e ancor meno dare vita ad una costituente senza avere un minimo di piattaforma su cui discutere.Una piattaforma che deve avere come premessa fondamentale la riflessione critica sul modo come funzionano i partiti che si intende superare. Se gli attuali gruppi dirigenti dei partiti che vogliono promuovere un nuovo soggetto politico non hanno il coraggio di questa riflessione critica, come possono essere credibili? Come possono pensare di attrarre nuove forze e di suscitare nuove passioni nei confronti della politica e del fare politica?
E’ necessario quindi dire perché non ci stanno bene gli attuali partiti che si fondano, solo o quasi esclusivamente, sul capo e su una debordante e sfrenata politica di personalizzazione delle funzioni dirigenti e, a tratti, su di una concezione del potere come fine ultimo e non come strumento per cambiare le cose.
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha recentemente scritto un libro autobiografico dove indica in modo sincero e coraggioso quale strada dovrebbe imboccare il dibattito. Egli scrive:Considero grave e allarmante l’impoverimento culturale che la politica ha subito e non mi riconosco negli atteggiamenti oggi prevalenti. Stiamo vivendo un’epoca di sfrenata personalizzazione della politica, di smania di protagonismo, di ossessiva ricerca dell’effetto mediatico. E al fenomeno dei partiti personali, cresciuto in Italia più che in qualsiasi altro grande paese europeo, al declino dei metodi di direzione collegiale, alla perdita da parte dei partiti di radicamento e di vita democratica nelle istanze di base si accompagna una diffusa spregiudicatezza nella lotta per il potere e nella gestione del potere.”
Non nego che la politica debba fare i conti con la realtà e le sue durezze ma, per usare ancora le parole di Napolitano,”…la politica non potrà mai spogliarsi del tutto della sua componente ideale e spirituale, mai rinnegare completamente la parte etica e umanamente rispettabile della sua natura.”
Leggo che nella fase costituente dovranno giocare un ruolo di primo piano gli eletti: nulla da obiettare, se non altro per il fatto che hanno acquisito il consenso sul campo. Mi pongo però un interrogativo: vogliamo contemporaneamente aprire un dibattito critico sul rapporto tra eletti e elette e la società, e tra questi e i partiti così come l’abbiamo conosciuto in questi ultimi anni ? E le esperienze che abbiamo vissuto sono da riproporre nel nuovo partito o potrebbe essere utile introdurre dei mutamenti qualitativi? E ancora: ci stanno bene le alleanze che si fondano su pezzi di centro sinistra e pezzi di centro destra e che si formano solo ed esclusivamente per amministrare alcuni comuni ? Ci stanno bene i ribaltoni che vedono scomporsi e ricomporsi le maggioranze pur di mantenere il potere ?
In alcune realtà i sindaci(non tutti, per fortuna), anche in ragione del sistema elettorale maggioritario, si sono via via caratterizzati come signori che, nell’esercizio della funzione di governo, hanno dato vita ad una specie di corte rinascimentale per fare parte della quale era indispensabile dare prova non già di lealtà (o di competenza) ma di fedeltà.
Roberto Borroni
Mantova, 8 giugno 2006